Dapprima negli anni Settanta sembrava subire la suggestione della scuola dei surrealisti: un sogno colorato in cui animali alla Bosch inquietano l'immaginario umano. Dal profondo di Bianzan, come in un affresco medievale, affiorano strane visioni di beati e dannati ricomposte in tenuità di grigi e di incarnati che si placano in visioni tutt'altro che angosciose, ma piuttosto classiche. In scala certamente diversa, si avverte la straordinaria influenza di Picasso. Si sente che queste visioni pittoriche sono sorrette dalla
padronanza del disegno e soprattutto sono gravide di quell'anima che tanti artisti contemporanei, anche di grande nome, hanno perduto. Così come spesso avviene, Bianzan ha due anime: una, quella in cui l'artista rovescia il proprio dramma esistenziale, "il disegno", l'altra, quella della pittura, dove l'austera dolcezza del colore sorregge un contenuto pacificante.In mezzo a tante proposte che anche in Italia affollano le sale di esposizione questa di Bianzan, artista da noi poco nota, mi sembra abbastanza eccezionale. Definirla surrealista è soltanto una dizione burocratica che non serve a spiegare tutto il repertorio di sogni che suggestionano l'universo di Bianzan, che è un "vero maestro". Per quanto possa valere la testimonianza di un critico che conosce solo da poco tempo le sue opere, io ritengo che quest'artista sia da collocare su un piano molto elevato. Anche da noi nuovi linguaggi appaiono, già ignoti ma tali da arricchire il nostro patrimonio di conoscenze. Decifrare i sogni di un'artista come questa è come leggere un testo di miniature medievali. Ogni pagina è una scoperta, una proposta criptica ma affascinante, con una qualità di pittura che si impone oltre il piano nazionale. Fortunatamente la cultura italiana se ne accorge e siamo ben lieti di segnalare questa eccezionale presenza.
Milano
Raffaele De Grada