Il disegno e la pittura di Bianzan
 
Raffaele De Grada
 
I ricordi ancestrali di Bianzan, affiorano dal suo immaginario, a giudicare dai disegni degli anni Sessanta con i quali ha aperto la sua carriera artistica. Sono disegni incisi a punta di penna e china che narrano di personaggi favolosi, che nulla concedono alle facili soluzioni dell'informale, sembrano mossi dalla "bufera interna che mai non resta" in un'agitazione che no si esaurisce nel segno ma che rimanda perennemente ad una nuova e diversa immagine. È questa precisione di profili nel groviglio dei racconti strani che impressiona innanzitutto nell'arte di Bianzan, testimoniata da titoli non equivoci seppur straordinari. I disegni di Bianzan nella loro realtà visionaria hanno un bel preciso senso della forma. Possono essere variamente interpretati: tanti anni fa, nel 1976, Carlo Castellaneta li vide come "una galleria allucinata, una mitologia dell'orrore, un racconto della nostra angoscia quotidiana". È certo che essi contraddicono al gusto del bello così come è prevalso da noi ancora fino a pochi anni fa: passeggiate di fughe sconvolte e rovesciate, agglomerazioni di nuvole dantesche. Qual è l'origine di queste figurazioni? Carlo Sgorlon si richiama al nonno trucidato da sbandati tedeschi sulle vie della fuga alla fine della guerra. Ricordi che hanno certo influenzato l'infanzia di Bianzan, ma questo non sarebbe stato possibile senza il periodo di avanzata decadenza che abbiamo recentemente vissuto e che stiamo ancora vivendo. Ciò poteva essere reso con l'asprezza realistica che è stata praticata da molti artisti del nostro tempo e che in Bianzan è del tutto assente. Bianzan ha cercato perciò nella pittura l'evasione irrazionale da questo nostro mondo e, senza abbandonare l'impegno etico che si manifesta nei suoi disegni, ha dato libero accesso a visioni dipinte con un linguaggio che ricorda i maestri del Cubismo e del grande Klee.
Dapprima negli anni Settanta sembrava subire la suggestione della scuola dei surrealisti: un sogno colorato in cui animali alla Bosch inquietano l'immaginario umano. Dal profondo di Bianzan, come in un affresco medievale, affiorano strane visioni di beati e dannati ricomposte in tenuità di grigi e di incarnati che si placano in visioni tutt'altro che angosciose, ma piuttosto classiche. In scala certamente diversa, si avverte la straordinaria influenza di Picasso. Si sente che queste visioni pittoriche sono sorrette dalla
padronanza del disegno e soprattutto sono gravide di quell'anima che tanti artisti contemporanei, anche di grande nome, hanno perduto. Così come spesso avviene, Bianzan ha due anime: una, quella in cui l'artista rovescia il proprio dramma esistenziale, "il disegno", l'altra, quella della pittura, dove l'austera dolcezza del colore sorregge un contenuto pacificante.In mezzo a tante proposte che anche in Italia affollano le sale di esposizione questa di Bianzan, artista da noi poco nota, mi sembra abbastanza eccezionale. Definirla surrealista è soltanto una dizione burocratica che non serve a spiegare tutto il repertorio di sogni che suggestionano l'universo di Bianzan, che è un "vero maestro". Per quanto possa valere la testimonianza di un critico che conosce solo da poco tempo le sue opere, io ritengo che quest'artista sia da collocare su un piano molto elevato. Anche da noi nuovi linguaggi appaiono, già ignoti ma tali da arricchire il nostro patrimonio di conoscenze. Decifrare i sogni di un'artista come questa è come leggere un testo di miniature medievali. Ogni pagina è una scoperta, una proposta criptica ma affascinante, con una qualità di pittura che si impone oltre il piano nazionale. Fortunatamente la cultura italiana se ne accorge e siamo ben lieti di segnalare questa eccezionale presenza.
 
Milano
Raffaele De Grada
www.bianzan.it | email: arch.pddv@gmail.com | Telefono: +39 335 190 0256