Bianzan
 
Jurij Naghibin
 
Jurij Naghibin, nato a Mosca nel 1920, è scrittore e sceneggiatore cinematografico (premio oscar 1981 per Dersu Uzala, di Kurosawa); è il più famoso e discusso fra i rappresentanti di quella generazione di autori che si è affermata nell'ex Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Ha pubblicato più di una quarantina di libri, molti tradotti in varie lingue. Appassionato conoscitore di pittura, ha scritto numerosi saggi su noti artisti, tra i quali Chagall e Tintoretto, pubblicati anche in Italia. Guardando gli originali lavori di Bianzan, amo assaporare quest'arte che, quasi fosse un'ameba, subisce continue trasformazioni; ma la mia preferenza è rivolta ai disegni, che trovo più vicini al mio pensiero. L'arte di Bianzan non si lascia sottoporre alle verifiche del realismo che pone l'immagine a confronto con la natura e, svelato il fine che l'artista si prefigge, è possibile concederle o negarle la nostra fiducia. Qui si deve accettare tutto come nella fede, anche se si sente il desiderio di comprendere le ragioni per cui attraggono le conturbanti deformi creature che animano queste opere e che posseggono una strana, quasi irritante, bellezza: sono esseri asessuati dai corpi possenti e immateriali, a volte otri e con sembianze umane persi in sogni pensosi, in dormiveglia popolati di fantasie opprimenti o in rassegnate sofferenze.
Questi esseri come martiri danteschi sono imprigionati nella pietra, nel ghiaccio o travolti da spirali di venti vorticosi che richiamano alla mente un secondo girone dell'inferno, dove un turbinio senza sosta imprigiona e punisce gli amanti che hanno infranto le leggi morali. È meravigliosa l'assurda insensatezza di questi corpi nudi, spesso contorti e carichi di travolgente e violenta espressività che avanzano, schiacciano, opprimono. Sono essi coscienti di ciò che li attende? Perché si affannano? Perché fuggono come se il suolo fosse incandescente? Il loro angoscioso movimento non ha senso, come non ha senso l'affanno del personaggio kafkiano che cerca di penetrare senza alcuna ragione nel misterioso castello. Non è forse questo il destino di tutti noi che sprechiamo vanamente le nostre energie vitali inseguendo ingannevoli chimere sociali, politiche, morali, estetiche? Ma noi purtroppo siamo così, quando seguendo le nostre vuote finzioni, saldati alla dura terra o ancorati a una disperazione che non da scampo, esauriamo la nostra utile energia cinetica. Quali elementi determinano dunque il fascino di questa grafica che incarna il trionfo dell'assurdo? La si può paragonare alle acqueforti di Goya, ma il contenuto è completamente diverso dai "Capricci", nati dal desiderio di colpire con sferzanti allusioni i vizi dell'umanità, mentre Bianzan non giudica, non pone problemi etici. Per la stessa ragione non possiamo chiamare in causa artisti profondamente religiosi come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel; poiché sono i principi morali a ispirare le mostruose deformità degli esseri che popolano le loro opere. Non che l'arte di Bianzan sia contro la morale, ne rimane semplicemente al di fuori. Bianzan appartiene a quella schiera di artisti che non si pongono il problema del rapporto tra morale e arte. La teoria dell'arte per l'arte di Théophile Gautier,
più volte sconfitta in passato, appare vittoriosa. Maio ricordo che Baudelaire, contemporaneo di Gautier, scrisse: "Non voglio affermare che la poesia non nobiliti i costumi si comprenda bene, ma credere che il fine dell'arte sia quello di innalzare l'uomo al di sopra dei suoi vili interessi sarebbe assurdo".Queste affermazioni rendono evidente quale arte suscita la mia affermazione: è quella che in fondo ha uno scopo, anche se recondito, e per questo motivo condivido il pensiero di Baudelaire. Ma allora perché mi piace Bianzan? Mi piace, ed è tutto!Se l'arte non ha bisogno di spiegazioni, nemmeno l'amore che essa suscita deve essere giustificato. Ma io non posso accettare di essere così beatamente irresponsabile e mi sento obbligato a cercare una ragione. In Bianzan incanta la purezza magica della linea:com'è leggero, squisito, elegante e allo steso forte il suo disegno! Talvolta è grandioso, alcune sue figure, delineate con un solo arioso cenno della mano, sono titani capaci di sollevare la volta celeste o il globo terrestre; se fossimo costretti a fare un paragone a proposito del suo tratto dovremmo fare riferimento a Ricasso (senza che ciò significhi imitazione). Queste opere dominate da un forte senso estetico soddisfano il nostro desiderio di bellezza, dunque "nobilitano i costumi" e sono care all'animo di chi, come me, ha un atteggiamento pragmatico nei confronti dell'arte.
Le bellissime, deformi creature che popolani i fogli bianchi di Bianzan operano a favore dell'uomo esercitando un'influenza benefica anche se non voluta. La sua arte ci costringe a guardare attentamente dentro di noi, svela i nostri reconditi segreti e involontariamente ci porta a riflettere sull'esistenza e sul destino dell'uomo. Dio ha creato Adamo a sua immagine e somiglianza solo esteriormente, ma Adamo, spiritualmente imperfetto, fatalmente peccò. Noi nel corso dei millenni ci siamo ulteriormente abbruttiti: quanta genterana, genteippopotamo, quanta gentesciacallo intorno a noi; interiormente abbiamo reso enorme il peccato di Adamo. Forse siamo solo materiale grezzo su cui verrà plasmato il vero essere umano;per ora, bipedi sciagurati, rimaniamo più simili alle figure fantastiche di Bianzan che all'Adamo appena creato o all'Adamo del futuro. Guardando attentamente queste opere ci sentiamo compenetrare dal dolore nascosto in esse: queste sono come tutti noi i figliastri dell'umanità. L'ammirazione quasi vergognosa che questi disegni suscitano è simile al sentimento che proviamo quando guardiamo la nostra immagine riflessa su uno specchio curvo. Sorge in noi il sospetto che il deforme volto riflesso sia veramente il nostro. Gli specchi normali ci adulano allo stesso modo in cui il miniaturista Liotard adulava i suoi modelli.Sono a conoscenza dei giudizi critici sull'attività artistica di Bianzan, vengono chiamati in causa, a volte a ragione, a volte no, Dante e Kafka, Leonardo e Michelangelo, Bosch e Bruegel, Goya e Ricasso, Klee e Buzzati, e io vorrei aggiungere Mirò. In questi scritti però ho inutilmente cercato un pensiero che racchiudesse l'essenza dei risultati ottenuti dalla ricerca creativa compiuta da quest'artista. 
Forse non si deve mai chiedere la ragione delle cose, tutto questo mi porta alla mente l'elevato gioco di pensiero splendidamente espresso da Osip Mandel'stam:" Rimani spuma o Afrodite, e la parola ritornerà suono". E le parole di Pasternak:"Il silenzio è la cosa migliore che io abbia mai sentito".Ma in questo secolo tremendo, spaventoso ed esplosivo, mi conforta il pane nero dell'arte: una parola, non il silenzio, una dea non la spuma, un gemito d'amore, un grido di dolore, una richiesta d'aiuto, non il silenzio mortale, il tentativo di arrivare al significato delle cose, alla scoperta del mistero e non l'inutile inganno della povera testa umana stordita.. L'artista non deve affannarsi sul significato e sul fine della sua ricerca, ma dovendo parlare del creato, deve soprattutto sentire il grido soffocato che viene dal profondo dell'anima e che spesso si rivela una supplicante preghiera di salvezza; può essere che noi artisti riusciamo ancora a fare qualcosa prima che tutte le voci del mondo gridino insieme troppo tardi il loro Sos! Questi sono i pensieri e i sentimenti suscitati dal mio animo stanco dalle opere di Bianzan, so che dinnanzi ad esse avrei dovuto starmene in silenzio poiché da sole sono preziose anche senza le parole, ma al contrario di quel che dice il proverbio russo, io sono quel gobbo che non si raddrizza nemmeno nella tomba.
 
Jurij Naghibin
Mosca
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